Prima di insegnare canto, ho dovuto trovare la mia
voce.
Per molto tempo ho pensato che la musica potesse essere una parte importante
della mia vita.
Ma non tutta la mia vita.
Perché c’è sempre qualcuno pronto a ricordarti che “con la musica non si vive”.
Che prima devi pensare a un lavoro vero.
Che cantare è bellissimo, certo. Ma come hobby.
Che di musica puoi vivere solo se vinci un realit...
Prima di insegnare canto, ho dovuto trovare la mia
voce.
Per molto tempo ho pensato che la musica potesse essere una parte importante
della mia vita.
Ma non tutta la mia vita.
Perché c’è sempre qualcuno pronto a ricordarti che “con la musica non si vive”.
Che prima devi pensare a un lavoro vero.
Che cantare è bellissimo, certo. Ma come hobby.
Che di musica puoi vivere solo se vinci un reality.
Che trasformare una passione in una professione è qualcosa che possono
permettersi “sempre gli altri”. Quelli più bravi. Quelli più fortunati. Quelli che
hanno iniziato prima.
E, a forza di sentirle, queste cose rischi di cominciare a crederci davvero.
Io l’ho fatto.
Da ragazzo ascoltavo il rock, le grandi voci. La musica era il mio rifugio
speciale, il posto nel quale mi sentivo veramente libero.
Ma tra amare profondamente qualcosa e avere il coraggio di costruirci la
propria vita c’è una distanza enorme.
E io quella distanza l’ho percorsa.
Ricordo un viaggio a Londra, nei primi anni 2000.
Nel quartiere di Camden Town vidi un one-man-band suonare per strada, con
un look alla Hendrix.
Mi fermai a guardarlo.
Non mi aveva mai visto prima, non sapeva nulla di me, ma quell’immagine mi
rimase dentro.
Perché quell’uomo stava facendo qualcosa che io non riuscivo ancora a fare:
non era sceso a compromessi.
Aveva deciso che la strada fosse la sua vetrina, il suo percorso.
Non migliore.
Non più semplice.
Ma il suo.
Io, invece, avevo paura.
Paura del giudizio.
Paura di espormi.
Paura di sbagliare.
Paura di scoprire che forse non ero abbastanza.
E quando iniziai a cantare davvero, quella paura salì sul palco insieme a me.
Avevo difficoltà a gestire l’emotività. Il corpo si bloccava. Quella libertà e
quella sicurezza che sentivo quando ascoltavo musica improvvisamente
sparivano quando dovevo essere io quello davanti agli altri.
Ed è probabilmente anche per questo che oggi riesco a comprendere e ad
aiutare molti dei cantanti che arrivano da me.
Perché a volte il problema non è quanto desideri qualcosa.
Il problema è tutto ciò che hai costruito intorno a quel desiderio.
“Non sono abbastanza bravo.”
“Non ho il talento.”
“È troppo tardi.”
“Gli altri sono più avanti di me.”
“Non riuscirò mai a vivere di musica.”
“E se fallisco?”
Conosco quelle domande.
Alcune me le sono fatte anch’io.
La mia vita, infatti, non ha seguito una linea retta.
Ci sono stati lavori, cambiamenti, partenze e momenti nei quali sarebbe stato
molto più semplice scegliere una vita “normale” e lasciare la musica
esattamente dove la società sembrava volerla mettere:
“nel tempo libero”.
Ma continuavo a tornarci.
Poi arrivai in Spagna.
Vedevo gli artisti esibirsi sulle Ramblas e qualcosa dentro continuava a
chiamarmi.
Fino a quando iniziai anch’io.
Quel giorno non c’erano più alibi.
C’eravamo solo io, la strada, la mia voce e una chitarra.
C’erano ancora la vergogna, la paura e il timore del giudizio delle persone che
passavano.
Ma lentamente successe una cosa che nessun libro avrebbe potuto insegnarmi
nello stesso modo:
cominciai a smettere di aspettare di sentirmi pronto.
La strada diventò una scuola.
Ho cantato davanti a persone che non avevano nessun motivo per fermarsi ad
ascoltarmi, ma lo fecero.
Ho suonato con il caldo, con il freddo, davanti a dieci persone e davanti a
centinaia.
Ho sbagliato.
Ho avuto paura.
Ho vissuto momenti meravigliosi e altri nei quali mi sono chiesto chi me lo
facesse fare.
Eppure continuavo.
Negli anni quella strada mi ha portato molto più lontano di quanto avrei mai
immaginato.
Ho cantato in Italia, Inghilterra, Spagna, Germania, Svizzera, nelle Isole
Canarie, in hotel, locali, band, eventi, festival e, per anni, anche letteralmente
per strada.
Ma vivere al 100% dipendendo dalla mia voce mi ha costretto anche a fare i
conti con i miei limiti.
La strada e il palco sono giudici impietosi: me li mostravano continuamente, ma
non sempre mi davano le risposte per superarli.
La stanchezza vocale.
Il dover cantare anche nelle giornate in cui fisicamente non ero al 100%.
Affrontare brani e repertori impegnativi più volte nello stesso giorno.
Avere bisogno di una voce affidabile non soltanto quando tutto andava bene, ma
anche quando il corpo era stanco, quando le condizioni non erano ideali o
quando il giorno dopo bisognava ricominciare da capo.
A un certo punto mi resi conto che l’esperienza non bastava.
E nemmeno la volontà.
Volere qualcosa con tutte le proprie forze non significa automaticamente sapere
come farla, né significa necessariamente che la si stia facendo nel modo
migliore possibile.
La passione è fondamentale, sì.
Ma la passione da sola non ti insegna a conoscere la tua voce.
Non ti insegna a capire perché si affatica.
Non ti spiega perché un giorno tutto funziona e il giorno dopo quello stesso
passaggio sembra impossibile.
Non ti dice cosa cambiare quando una difficoltà continua a ripresentarsi.
Mi resi conto che le conoscenze che possedevo non erano sufficienti per
rispondere alle domande che la mia stessa voce mi stava ponendo.
Ed è stato anche da quella necessità che è iniziata una parte fondamentale del
mio percorso.
Negli anni, all’esperienza sul palco ho affiancato una formazione sempre più
specifica sulla voce: fisiologia, funzione vocale, tecnica, pedagogia e
apprendimento motorio.
Questo percorso mi ha portato alla certificazione Estill Voice Training EFP,
alla formazione EMT, che sto proseguendo, e a un Master universitario in
Vocal Coaching.
Non perché credo che un titolo renda automaticamente un buon insegnante.
Ma perché chi lavora sulla voce di un’altra persona ha, secondo me, la
responsabilità di continuare a formarsi.
Più studio la voce, più comprendo quanto sia importante non fermarsi
semplicemente a ciò che si sente.
Un suono può dirci molte cose.
Ma da solo non sempre ci dice come quella persona lo sta producendo, perché
incontra una determinata difficoltà o quale possa essere la strada più utile per
modificarla.
Ed è qui che ho iniziato a cambiare davvero il mio modo di vedere
l’insegnamento.
Ho capito quanto possa essere limitante dipendere da qualcuno che ti dice
semplicemente:
“Fallo come me.”
Perché due persone possono cercare lo stesso risultato sonoro attraverso
coordinazioni completamente diverse.
La mia storia vocale, le mie abitudini, le mie facilità e le mie difficoltà non sono
necessariamente le tue.
Per questo non credo in un insegnamento basato semplicemente sull’imitazione.
Se riesci a fare qualcosa soltanto perché in quel momento riesci a copiare il mio
suono, dipendi ancora da me.
Il mio obiettivo è esattamente l’opposto:
aiutarti a capire cosa stai facendo, riconoscerlo e riuscire progressivamente a
gestirlo anche senza di me.
È da qui che nasce il mio modo di insegnare.
Dallo studio e dalla ricerca, ma anche dalla performance sul campo e da
tutti quegli anni nei quali io stesso ho avuto bisogno di cercare risposte.
Oggi, quando davanti a me arriva uno studente, non parto da come penso che
dovrebbe cantare.
Parto dalla persona e dalla voce che ho davanti.
Se un acuto non arriva, se la voce si affatica, se manca volume, se un
determinato suono sembra impossibile o se sul palco tutto cambia rispetto alla
sala prove, non parto immediatamente dall’esercizio.
Cerco prima di capire perché sta succedendo.
Quali strumenti quella persona possiede già.
Quali deve ancora costruire.
Quali coordinazioni sta utilizzando.
Quanto di ciò che considera un limite sia realmente un limite e quanto, invece,
sia qualcosa che può essere allenato.
Da lì costruiamo insieme gli strumenti necessari per avvicinarci all’obiettivo.
Per me insegnare canto significa questo.
Non creare copie e non decidere quale voce dovresti avere, ma aiutarti a
conoscere lo strumento che hai, costruire nuove possibilità e diventare
progressivamente più autonomo nel gestirlo.
Che il tuo obiettivo sia cantare una canzone senza sentirti in lotta con la tua
voce, affrontare finalmente un palco, preparare un’audizione, registrare un
brano o semplicemente concederti lo spazio per fare qualcosa che hai sempre
desiderato, il punto di partenza per me rimane lo stesso:
la persona, la sua voce e ciò che desidera riuscire a farne.
Perché prima di diventare vocal coach, insegnante e cantante, sono stato
semplicemente una persona che guardava qualcun altro suonare per strada
pensando:
“Vorrei avere il coraggio di farlo anch’io.”
Il resto è cominciato da lì.
E forse, qualche volta, tutto quello che serve per iniziare è smettere di aspettare
di sentirsi pronti.
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